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Vermeer: il secolo d’oro dell’arte olandese


Manuele Menconi - 29 Settembre 2012 - 0 comments

Johannes Vermeer. Il potere evocativo che si sprigiona dal nome di questo pittore è pari al mito che musei e collezionisti privati di tutto il mondo hanno nutrito dalla fine del XIX secolo con ritrovamenti fortunosi, studi degni di manuali investigativi sulla sua figura e, immancabile nel curriculum di un’icona, una vasta produzione di falsi. Le Scuderie del Quirinale ospitano dal 27 settembre 2012 al 20 gennaio 2013 la prima grande esposizione mai realizzata in Italia sull’arte di questo maestro del ’600 olandese. Poco più di quaranta quadri, di cui oggi solo trentasette conosciuti, sono l’eredità di Vermeer e, insieme, sono l’unica fonte certa su cui costruire la sua biografia. Pochissime le notizie sulla sua vita – nato nel 1632 e morto, giovane anche per i canoni del suo tempo, nel 1675, ha lasciato alla moglie undici figli e molti debiti. Le otto opere esposte qui, bastano a bilanciare le altre cinquanta di cui si compone la mostra. Se abilità tecnica, padronanza del colore, sbalorditiva nitidezza delle immagini sono tratti distintivi della scuola pittorica olandese, quello che di più stupisce lasciando parlare i dipinti è la contemporaneità di questi antenati nordeuropei. La vita borghese raccontata prima ancora dell’invenzione della borghesia, le mollezze dei festini privati – dove musica e alcool erano d’accompagnamento a liberi incontri sessuali –, un rapporto quasi blasé nei confronti della religione e una pacata costante operosità: l’inevitabile confronto con la pittura italiana dello stesso secolo, impegnata a celebrare il fasto delle corti della Penisola, propone una riflessione quanto mai attuale. “La sfinge di Delft”, nomignolo attribuito a Vermeer dalla critica d’arte, è riuscita a far della luce un enigma: i personaggi che vi ha immerso, composti di piccolissime pennellate sono, a un tempo, figure tutte fatte della materia del mondo e, come nell’Allegoria delle Fede, tutte astratte, simbolo di un dualismo che, da sempre, l’uomo chiama “vita”. Organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo e coprodotta con MondoMostre, la mostra è a cura di  Arthur K. Wheelock, Curator of Northern Baroque Paintings, National Gallery of Art di Washington, Walter Liedtke, Curator of European Paintings,  Metropolitan Museum of Art di New York e Sandrina Bandera, Soprintendente per il Patrimonio Artistico Storico, Artistico ed Etnoantopologico di Milano.

 

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