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Camp Notes on Fashion al MET di New York


Sandra Rondini - 17 Febbraio 2019 - 0 comments

Camp: molto più di uno stile, una autentica identità, un modo di essere e di vivere che per generazioni ha scandalizzato il mondo, tutt’oggi non pronto a nudità, artifici, estetica portata al limite verso quel sottilissimo confine che separa labilmente ciò che è propriamente considerato “camp” da ciò che è propriamente denominato “kitch “ e che, a meno di non aver vissuto in un bunker antiatomico per decenni o sulla Luna, non si può non conoscere. L’estetica filosofica camp sarà la grande protagonista della stratosferica mostra che il MET di New York ogni primavera organizza scegliendo un tema decisamente contraddittorio, interpretato poi sul red carpet dalle stelle più famose del mondo in modo a dir poco in modo eccentrico e trasgressivo. Perché bisogna stupire, rubare a forza i flash dei fotografi, al braccio dell’iperbolico stilista che ha creato il capolavoro che ogni celebrities indossa.

Ma qui parliamo di Camp, Signore e Signori o ambo le cose,e quest’anno ne vedremo davvero delle belle. E negli anni scorsi la celebrazione del Punk fece faville, l’attesa per la premiere della mostra dedicata al Camp, con la parata di vip vestiti in modo allucinante e allucinogeno ha messo tutti in fibrillazione. Tanto vale calarsi un acido perché gli abiti attesi sula scalinata d’onore del MET promettono di essere assolutamente lisergici.
E Camp sia, allora, o, più esattamente, secondo il titolo scelto dal Metropolitan Museum di New York, “Camp: Notes on Fashion”, mostra che sarà inaugurata il 6 maggio con testimonial d’ eccezione Lady Gaga, Harry Styles e Serena Williams . Chi coniò questo termine nel lontano 1964, stilando ben 58 punti in cui riconoscersi come appartenenti a questa mirabolante e miracolosa comunità, libera da ogni diktat morale, etico e religioso, fu l’intellettuale americana Susan Sontag in “Notes on Camp in cui descriveva come “camp” l’amore innato e assoluto per l’ eccesso e l’artificio, l’andare contro natura e il gender, una sorta di sensibilità finalmente in cui ognuno è soggetto contenitore di ciò che ama e sente di essere non la solita ermetica maledetta box chiusa a triplice mandata in cui tutto è già socialmente prestabilito e pronto all’uso per imporci un’esistenza che non ci appartiene.

La natura dirompente del Camp e la sovversione dei valori estetici moderni riuscì con il tempo a far breccia nella cultura popolare, insinuandosi almeno nella sua anima underground, ed ecco la sessualità che si fa mezzo di espressione fisica e mentale perché altro non possiamo essere se non noi stessi. Pena l’eterna infelicità. Altro che l’inferno. Ironico, audace, anticonvenzionale, sfidò i canoni classici della bellezza e fece irruzione come un gruppo di teppisti assatanti nel mondo dell’arte e della moda. Dolly Parton, Cher, le drag, crossdresser, trans gay, no binary e le più sublimi creature umane che vi vengano in mente. Chi li rifiutò? Nessuno. Essere camp significa essere drammaticamente teatrali perché drammaticamente se stessi. La vita è un dramma, così, ridi pagliaccio. Vivi pagliaccio. Freaks are out, tonight!