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Fashion in Town incontra Sylvio Giardina


Sandra Rondini - 30 Marzo 2019 - 0 comments

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Quella che segue sarebbe dovuta essere una intervista al couturier italiano che è la personificazione del Bello e del Ben Fatto italiano. Gli ho telefonato tempo fa per fargli una serie di domande a cui ha risposto a tono e con fermezza, dimostrando una sensibilità fuori dal comune e una cultura che esulano da quello che è lo stereotipo dello stilista che sfila ad AltaRoma, la fashion week italiana di haute couture ridottasi ormai ad un miserabile weekend di nomi sconosciuti al mondo che presentano, totalmente fuori luogo, collezioni demicouture o addirittura, per un disdicevole calcolato gusto di profanazione totale di quella che un tempo era la Capitale dell’alta moda italiana, collezioni di prêt-à-porterper lo più banali e noiose, come tanti cloni che puntano tutto sulla vestibilità e vendibilità del capo, non più sulla sua bellezza tout court. Perché se una creazione è bella, quale che sia il modello, certamente troverà il suo acquirente. La bellezza trova sempre la sua strada. Come un ruscello che corre verso il fiume. Ma vendere tanto e in serie a customer privi di senso estetico e di autentico amore per la moda è l’unico credo di questa religione professata da giovani supponenti, privi di umiltà, incapaci di ascoltare i Maestri e di dedicarsi ad un mondo, qual è quello dell’alta moda, che vive di dogmi intoccabili, figli di una tradizione che affonda le sue solidi radici nel passato. 

Solidi radici che tengono ancora in piedi un albero dai fiori meravigliosi nonostante il Sistema Moda italiano non faccia nulla per proteggerlo dalle intemperie dei tempi che viviamo in questi anni urlati e aggressivi. E poi, ammettiamolo, mancano i nuovi talenti. Il terreno non è più fecondo, nuovi boccioli tardano a vincere l’inverno della sterilità creativa.Chi racconterà ai posteri la favola bella dell’alta moda italiana? Chi saranno i prossimi cantori e storyteller di una storia antica e sempre nuova? 

Sylvio Giardina è l’ultimo custode rimasto a Roma della grande tradizione sartoriale che fa capo alle grandi maison che hanno fatto la storia dell’alta moda italiana. Convinto di dover attingere al passato per rielaborarlo, dandogli nuova vita e creare abiti che possiedono intrinsecamente un linguaggio contemporaneo, combatte perché Roma capisca che esiste una cultura inespugnabile come una fortezza nel suo Dna, un passato che non passerà. 

Basta avere la sensibilità di capire che questa enorme eredità può essere investita per creare qualcosa di nuovo senza essere stravolta, solo rielaborata e reinterpretata alla luce di un linguaggio contemporaneo e internazionale perché l’alta moda italiana all’estero gode di una ammirazione straordinaria e incondizionata che purtroppo in patria non ha. A Roma le sartorie vengono sempre più a mancare e le nuove generazioni si allontanano sempre più dall’alta moda, forse spaventate dalla sua ritualità e gestualità così precisa, quasi una scienza nella sua perfezione. 

Da una sua costola, come Eva, è nato il prêt-à-porter che attualmente manca di ricerca e di volontà di lavorare sulle forme. Tutto è focalizzato sul prodotto, non sul messaggio. 

L’alta moda, invece, ha un linguaggio tutto suo. Libera da logiche di marketing, permette di immergersi in un Paese delle Meraviglie dove l’impossibile diventa reale grazie al supporto delle tecniche del passato che sono alla base della costruzione sartoriale di abiti capaci di sorprendere con la loro unicità stilistica. Passato e futuro si sposano alla perfezione generando un eterno presente in cui questi abiti mirabili sembrano senza tempo. 

Propri come quelli presentati da Sylvio Giardina nella sua installazione “Vertigo” allestita al Mattatoio a Testaccio durante l’ultima edizione di AltaRoma. Una autentica sfida, una dichiarazione d’amore assoluto all’alta moda a cui Sylvio Giardina ha consacrato la sua vita. Il progetto, ideato sfruttando la tecnica della Shadow art, fa parte del Dna di Sylvio Giardina che sperimenta nella sua alta moda le potenzialità inespresse delle tecniche del passato, riuscendo ogni volta a far loro dire qualcosa di completamente nuovo e innovativo. 

È questa la sua grande sfida perché l’alta moda è cultura e, quindi, utilizzo di più linguaggi in grado, come in una sinfonia, di suonare la stessa melodia e trasmettere lo stesso messaggio. Universi divergenti si sovrappongono e danno vita una nuova dimensione che custodisce in sé il seme del passato che germoglia e dà origine a nuovi frutti del tutto inaspettati. Sylvio Giardina non improvvisa, prende tutto il meglio del passato, studia con amore gli archivi dei grandi come Fernanda Gattinoni presso cui ebbe il privilegio di imparare il mestiere direttamente in atelier, seleziona le tecniche storiche a lui più congeniali per la collezione che sta preparando e le rielabora mettendo poi in scena le sue creazioni in un contesto artistico. 

I 5 sublimi abiti di “Vertigo” dialogano con una sperimentazione che è anche sinonimo della fragilità di questo mestiere. Grazie alla Shadow art questi abiti riflettono la loro anima sui muri, rivelando la loro essenza. Si tolgono la maschera del transeunte per attraversare eterei il ponte dell’eternità. Anche la scelta del bianco come unico colore per le creazioni dell’installazione “Vertigo” simboleggia la fragilità e l’impalpabilità della mise en scene più di anime che di abiti, nonché anche un atto di protesta perché a Sylvio Giardina manca a Roma di potersi confrontare con giovani designer pronti a rischiare la loro carriera per un abito perché per fare alta moda occorre tanto coraggio e sensibilità nonché solide basi culturali per produrre concetti e non solo capi.

Come diceva Italo Calvino “Un classico è qualcosa che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. E è a questo classico o classicismo, a questo passato senza fine che sono dedicati gli abiti della sua ultima celebrata installazione che sembrano come bloccati in un Eterno Presente, statici e statuari, emozionanti da ammirare fin nei minimi dettagli, invece dei soliti abiti che sfilano in passerella uno dietro l’altro, lasciandosi vedere ma non guardare, intuire ma non capire. 

Sylvio Giardina con “Vertigo” ha voluto regalare alla gente il lusso di ammirare dal vivo il Bello e il Ben fatto, con calma, prendendosi tutto il tempo necessario perché oggi il tempo è diventato un lusso. Ogni abito ha richiesto una media di circa 2 mesi di lavorazione affidata alle mani d’oro di artigiani e ricamatrici il cui mestiere, per fortuna, lentamente, a Roma sta vivendo un ricambio generazionale grazie alla pazienza di questi maestri che prendono sotto braccio giovani allievi disposti ad imparare i segreti di un mestiere bellissimo, capace di dar corpo ai sogni più incredibili. Roma, d’altronde, grazie al cinema e al teatro, è da sempre sede di importanti sartorie di costumi e fortunatamente questa tradizione continua, lasciando ben sperare nel futuro. 

Sylvio Giardina è nato a Parigi e si sente per metà francese e per metà italiano. A Parigi invidia la sua esaltante fashion week interamente dedicata all’alta moda con grande battage pubblicitario, presenza di star internazionali e una volontà da parte della Chambre di accogliere, proteggere e far crescere i nuovi talenti. Una volontà che la matrigna Italia non sa mettere in atto, persino boicottando la grande tradizione dell’alta moda riducendola a una fashion week-end che è di pura rappresentanza e di nessun valore nei grandi circuiti internazionali di Parigi, Milano, Londra. 

Sui red carpet più prestigiosi è raro vedere una star indossare un capo di alta moda italiana di una griffe davvero italiana che ancora non è stata svenduta a francesi e arabi. E anche qui in Italia, ad eccezione di eventi come la Mostra del Cinema di Venezia o la Prima alla Scala, non esistono red carpet su cui sfoggiare le creazioni di un vero couturier italiano. Qui, dove le grandi mostre arrivano dopo aver fatto un tour in giro per il mondo che conta o non arrivano affatto, mancano anche i grandi gala dei musei. E che ne è stato dei ricevimenti nobiliari o dei mecenati dell’arte? 

Sembra tutto ridotto ai party della rubrica “Cafonal” di Roberto D’Agostino in un abisso culturale dove la terra sotto i piedi continua a franare, senza che autorità e istituzioni intervengano o i cittadini si indignino. Eppure basterebbe guardare al nostro passato per recuperare un profondo senso di orgoglio e ricordarci chi siamo, di cosa siamo eredi e, soprattutto, dimostrare di essere degni di questa eredità. Come cerca di essere Sylvio Giardina che nel corso degli anni ha dimostrato una notevole coerenza artistica. Sempre fedele a se stesso. Una persona molto attenta al contemporaneo, il cui lavoro è contaminato da tanti linguaggi che sono tutti espressione di Cultura.

Molto severo con se stesso, ha una attenzione estrema per il linguaggio moderno e la esprime totalmente nel suo lavoro. Il pensare di dover ancora imparare tante cose gli regala la curiosità e la voglia di scoprire, mettendosi sempre in gioco, come fece nel 2011 con la collezione di abiti in poliuretano espanso, leggeri e colorati come nuvole, in grado di ridisegnare completamente la silhouette femminile. 

Caro Sylvio, ho voluto scrivere questo ritratto biografico di te in nome di quella collezione che scoprii nella prima prova molto apprezzata alla mostra dell’alto artigianato all’Eur nell’edizione estiva 2011 di AltaRoma, Era il tramonto. Nei grandi saloni della mostra c’eravamo solo io, le guardie di sicurezza e una mia amica che ammirava le scarpe di Nicholas Kirkwood. Eravamo finite lì in una di quelle pause che ad AltaRoma frequentemente intercorrono tra una sfilata e un’altra, non come a Parigi dove tutto scorre a ritmo serrato perché i nomi in calendario e collaterali sono minimo una cinquantina. Non l’avevamo programmato e come noi molte altre giornaliste che ringrazio di non essere venute a interrompere una delle più belle giornate della mia vita. Non ho alcun ricordo degli altri abiti e accessori in mostra. Chiedo venia a chi vi ha partecipato, ma è proprio così. Vuoto totale. Ricordo il rumore sordo dei miei passi in quel silenzio innaturale, con il sole che entrava dalle grandi finestre con quella luce impareggiabile che segna l’avvento del crepuscolo e che rende tutto un po’ più bello e malinconico allo stesso tempo. E poi ricordo solo di essermi innamorata di un abito dalla silhouette boteriana. Ho letto d’impulso la sua didascalia: recava scritto il tuo nome. L’ho trovato la cosa più bella che avessi mai visto negli ultimi anni. Ostaggio del bello sin da giovanissima, per caso o per destino, una giornalista di moda cresce portandosi nel cuore ricordi di abiti e sfilate che hanno segnato per sempre, quasi marchiato a fuoco la sua anima, permettendo così di costruirsi la sua personalissima idea di estetica. Gli anni passano e di collezione in collezione si sviluppa il senso critico, quando pensi “finalmente capisco” ma, in fondo, hai sempre capito. Giudicare una collezione non è mai semplice, molteplici sono i livelli di lettura a cui si presta, ma per chi sa riconoscere cosa si nasconde davvero dietro l’abusata etichetta di “Bello e Ben fatto”, basta un colpo d’occhio per vedere ciò che ai più sfugge, A lungo andare, forse, un po’ di entusiasmo si perde per strada, soprattutto in un’epoca come questa in cui la globalizzazione del gusto la fa da padrone. Seduti in prima fila a seguire una sfilata dietro l’altra, in fondo il bello di chi fa questo mestiere, e davvero di abiti ne ha visti a migliaia, è proprio possedere quello “sguardo ostinato” e sperare che da dietro al backstage finalmente esca qualcosa di cui potersi innamorare perché osservandolo nella sua perfezione riconosciamo quanto ci appartenga nel profondo e risvegli in noi quelle intense emozioni provate un tempo sfogliando incantati i primi magazine di moda, per l’appunto ostaggi precoci della nostra futura biografia. Questo innamoramento continuo, questa ostinata ricerca del bello è tutto ciò che davvero definisce chi ama e vive la moda ogni giorno. Come ha detto Antonio Mancinelli, si tratta di “non essere superficiali pur occupandosi di superfici”. La moda finisce così con l’intrecciarsi con la propria storia: nella nostra memoria c’è sempre uno stilista che ci ha consegnato come una chiave segreta per accedere a un altro universo e alla fine, tra passione e professione, non resta altro che rimanere fedeli a quel ragazzo che siamo stati, a quell’eterno innamorato che sa bene che, se nella moda tutto è visibile da tutti, lui ha avuto il dono di vedervi più cose. E io in quel tuo abito che riaccese in me il fuoco della moda riuscivo a vedervi un’infinità di cose, concetti, significati, persino un tentativo femminista di regalare alle donne la possibilità di scegliere una silhouette non conforme ai soliti canoni estetici né tantomeno a quelli dettati dalle tendenze del momento. Considero quei tuoi abiti armature di amazzoni che decidono che forma dare al proprio corpo. Avveniristici e rivoluzionari, Un autentico manifesto di libertà. Grazie Sylvio. Io non li dimenticherò mai e so che hanno avuto grande successo alla mostra “Il nuovo vocabolario della moda italiana” alla Triennale di Milano. Sono autentiche sculture. Opere d’arte. Passai circa un’ora guardando la tua creazione da diverse prospettive, fotografandola nei minimi dettagli, con quello “sguardo ostinato” che finalmente era stato premiato. Ecco il motivo per cui ho voluto tracciare di te un ritratto o una lettera, come preferisci. Meriti molto più di una intervista che lascia il tempo che trova. Non ho mai smesso di seguire il tuo lavoro perché spero sempre che tu possa stupirmi ed emozionarmi con il tuo coraggio e la tua creatività colta e raffinata, che anela all’unicità. Quando arrivò il tramonto, io e la mia amica alla fine fummo, come sole due ospiti della mostra, invitate ad uscire. Ci prendemmo un drink a un bar lì vicino e ce lo bevemmo sedute sulle scale del Palazzo delle Esposizioni mentre attendevamo il taxi che ci avrebbe riportato in centro per l’ennesima sfilata dell’ennesima sartina spacciata dalla pierre di turno per grande couturier. Ma non mi importava, Avevo fatto il pieno di Bellezza e dentro di me sentivo di aver appena vissuto una delle giornate fondamentali della mia carriera nonché uno dei ricordi più belli della mia vita. E tutto per caso. O per destino. Perché eccomi qui finalmente a dedicarti queste parole. Non avevo mai avuto occasione di farlo, quindi ne approfitto ora.

Concludendo questo mio omaggio a un Gigante dell’Alta Moda Italiana, posso solo dire che quando penso a Sylvio Giardina e al suo amore per la tradizione sartoriale dell’alta moda italiana mi viene sempre in mente una meravigliosa poesia araba secondo cui “la felicità non è una meta da raggiungere, ma una casa a cui tornare. Non è qualcosa che abbiamo davanti, ma alle spalle. E questo noi lo sappiamo tutti. Tornare… Non andare”.

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